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The Graft

THE GRAFT - Confini tra esperienza e immaginazione
di Alessandro Trabucco


Con la serie “The Graft”, Aqua Aura inizia l’esplorazione di un nuovo percorso di ricerca che, pur in un continuum evolutivo con le ultime creazioni della precedente serie di paesaggi intitolata “Frozen Frames”, lo sta portando a proporre nuove prospettive e punti di vista nel suo incessante cammino di approfondimento sul rapporto tra vero e plausibile, illusione e realtà, visibile e invisibile.
Con una nuova consapevolezza degli spazi resi percepibili grazie alle più recenti tecnologie d’indagine ed elaborazione oggi disponibili alla ricerca scientifica, Aqua Aura indaga e ci offre una sua visione di nuovi ambienti dai quali è facile farsi rapire.
Ad attrarci è per esempio la scelta dei soggetti, apparentemente inclini alla bellezza più genuina e all’esagerata seduzione dei sensi in un effetto quasi ipnotico. Sono principalmente, e semplicemente, dei fiori, cromaticamente intensi e saturi, in un trionfo di colori come puro piacere per la rètina.
Con queste immagini, che non è più e definitivamente possibile descrivere semplicemente come “fotografie”, Aqua Aura riflette sulle anomalie della natura e sul concetto stesso di normalità rispetto ai dati scientifici ricavati dallo studio approfondito del mondo umano e vegetale.
Se il fiore, la pianta, l’elemento naturale in sé rappresenta l’aspetto spontaneo della vita, non contaminato dalla cultura e dall’azione che da essa deriva, Aqua Aura rompe questa catena generativa inserendo elementi che ne determinano uno stravolgimento sensoriale oltre che di significato. Egli trasforma deliberatamente tutto ciò che di per sé già esiste, in una propria dimensione autonoma, aggiungendo soltanto una singola entità biologica appartenente al mondo dell’infinitamente piccolo, dai più piccoli componenti del nostro corpo, le cellule, a microorganismi, virus e batteri che all’interno di esso possono vivere o inserirsi, come subdole minacce invisibili. In alcuni casi anche piccole larve e fossili contribuiscono a modificare il flusso naturale delle cose, trovandosi inclusi in un ecosistema al quale non appartengono, ma all’interno del quale sembrano ritrovare da subito una propria nuova collocazione. L’effetto straniante è completato dalla presenza, in questi corpi e mondi, di elementi costitutivi appartenenti a realtà dimensionali anche molto diverse, a volte diametralmente opposte, che convivono a formare sostanze e materie plausibili o realistiche in un universo parallelo che ci affascina ma al tempo stesso viviamo con una certa inquietudine. Ed è forse proprio l’azione dell’innesto, “The Graft” appunto, tra elementi e componenti tanto diversi ad infondere su ciò che osserviamo un senso profondamente attrattivo e seducente, ma allo stesso tempo di una bellezza minacciosa e preoccupante.
In queste immagini, che volutamente richiamano il tradizionale genere fotografico dello still life, l’artista elabora e propone un’interpretazione sul concetto di organismo e di ecosistema, frutto di un intenso periodo di studi che ha preceduto l’avvio di queste opere, offrendoci le proprie riflessioni sulla genetica, la chimica e la biologia molecolare accanto alle nuove teorie sulla formazione e la natura del cosmo. Una sorgente attiva di sollecitazioni intellettuali e d’immagini per riformulare alla base il suo concetto di realtà e visione della realtà, al confine tra esperienza e immaginazione.
Così facendo, l’artista porta all’estremo quelle che sono le annose teorie contrastanti circa la fenomenologia della fotografia che la vuole, almeno fino a qualche tempo fa, totalmente dipendente dalla realtà oggettiva, schiava del referente, ancella servizievole della creatività artistica più pura. Certo, l’alterazione del reale in sé non è una novità nella fotografia, risale addirittura ai suoi primordi, nella seconda metà dell’Ottocento, trovando in seguito nel fotomontaggio la sua espressione più compiuta. Ma in questo lavoro l’azione manipolativa sul prodotto fotografico si fa azione scientifica, scienza genetica sperimentale che entra a far parte del linguaggio fotografico utilizzando strumentazioni ad elevata tecnologia che consentono innovazioni di livello epocale, senza snaturare la propria origine di strumento meccanico e tecnico. Se infatti nel primo periodo di sviluppo della fotografia era l’artigianalità manuale la caratteristica principale di quelle raffinate sofisticazioni del dato oggettivo, nella nostra epoca, liquida e immateriale, le modificazioni avvengono principalmente in due luoghi specifici, entrambi invisibili: il cervello dell’artista e quello elettronico del computer: due ambienti “soft” come nuova frontiera della creatività. La strumentazione necessaria a compiere queste indagini è costituita dalla tecnologia che accomuna i più potenti telescopi e la microscopia ottica ed elettronica. Questi apparecchi sono capaci di sondare e produrre immagini tanto del cosmo quanto dei tessuti del nostro corpo nei termini di strutture costituite da componenti di diversa natura e dimensione, dando all’uomo la possibilità di estendere la propria conoscenza a un meraviglioso e al contempo inquietante mondo, esistente e concreto ma troppo piccolo o troppo grande per essere visibile a occhio nudo. Universi esteriori e interiori che Aqua Aura ci invita ad esplorare attraverso la propria azione creativa unita alla più recenti tecnologie a disposizione della fotografia e della manipolazione delle immagini.
Manipolazione. Un termine che appare spesso nella sua accezione negativa e che qui assume un ruolo ancora più forte. Un esempio ne è la selezione dei soggetti principali dei lavori di “Monema”, termine attraverso cui è evidente la volontà di sottolineare la sintesi di molte parti di varia provenienza in un’unica e omogenea realtà visiva, irreale e pur realistica nella finzione artistica. Oltre ai già citati fiori e piante in “Monema”, una particolare attenzione è rivolta alle reti neurali, sviluppata nelle opere della serie “The Net”. Qui il pubblico è chiamato a confrontarsi con visioni che Aqua Aura ricava da ricostruzioni ed elaborazioni d’immagini delle strutture dei reticoli neurali degli esseri animali, eseguite sulla base di indagini al microscopio elettronico e poi colorate artificialmente. L’ambiente rappresentato si fa dunque più “astratto”, frutto della doppia interpretazione della realtà, determinata dai risultati di una ricerca scientifica basata sulla tecnologia e sull’azione creativa e creatrice dell’artista.
È in questo senso che alla parola “innesto”, pur pertinente nella sua puntuale capacità descrittiva, preferisco parlare di “fusioni istologiche”, in quanto in questi lavori l’unione delle parti va a formare una nuova realtà, che non esiste fisicamente, ma che nella sua potente icasticità diviene verosimilmente plausibile, come un tutt’uno omogeneo. Uso il termine istologiche per la forte analogia che vedo tra questa azione artistica e lo studio della morfologia dei tessuti vegetali e animali possibile attraverso le sofisticate attrezzature che sono in grado di potenziare in modo esponenziale lo sguardo umano sulle entità infinitesimali che compongono i tessuti e sulla natura delle loro alterazioni e modificazioni, spesso venefiche. In “Monema”, questi fiori bellissimi, dai colori pieni e saturi e dalle forme carnose e sensuali, non emanano nell’ambiente delle normali spore, ma diventano fucine vegetali di microorganismi umani quali globuli, batteri e virus, potenziali dispensatrici di malattie oppure custodi di una nuova vita di là da venire. Allo stesso modo, le reti neurali di “The Net” diventano dei rami sui quali prendono forma meravigliose inflorescenze, dalle quali non è escluso si possa avviare una catena riproduttiva che possa reiterarsi all’infinito. Un’eventualità di cui l’artista non ci dà al momento alcuna informazione ma che appare inquietudine sospesa per un futuro possibile. La più recente serie avviata, “Cardio”, porta alle estreme conseguenze tutte queste riflessioni. Si tratta di tessuti cardiaci come luoghi di un universo che da fisiologico diventa sempre più oggettivo e reale, riconoscibile solo grazie all’intervento creativo dell’artista, con l’inserimento di piccoli fiori perfettamente integrati in questo suggestivo ed inedito “ambiente”. Un universo la cui fisicità è amplificata in immagini che nella loro sintesi assoluta non esistono, perché totalmente ricostruite in 3D dal computer e ulteriormente ritoccate nei colori e nelle luci.
Ciò su cui ci vuole fare riflettere Aqua Aura con queste immagini è principalmente incentrato sul concetto di verità visiva e su quello di possibilità probabilistica. La realtà che rappresenta è al limite tra l’inverosimile e l’ipotizzabile, nel senso che le sperimentazioni non sono mai state solo appannaggio della creatività artistica, ma hanno trovato nella scienza un terreno fertile tanto da arrivare a risultati inimmaginabili anche solo qualche decennio fa. È proprio questa caratteristica che fa affermare felicemente ad Aqua Aura, in una recente intervista, che gli scienziati «...forse sono i più grandi artisti della nostra epoca. [...] Ridisegnano la coscienza delle cose in un modo che la mente fatica a contenere. Anzi la immaginano, la creano, svelandola per la prima volta a loro stessi.».
E lui fa lo stesso, creando degli scenari inediti per le nostre conoscenze limitate, inventando delle nuove teorie che al momento abitano esclusivamente la sfera immateriale del pensiero ma che non è detto possano realizzarsi concretamente in un lontano o prossimo futuro. In questo senso, la precisione “chirurgica” con cui l’artista realizza queste opere diventa il corrispettivo metaforico dell’esattezza scientifica alla quale devono per forza attenersi le nuove scoperte e le nuove soluzioni proposte dalla ricerca scientifica.
Aqua Aura si sofferma nell’osservazione quasi vorace delle immagini che incontra in archivi di rappresentazioni ricostruite al computer di unità visive infinitesimali, e con la stessa voracità visiva ricrea un suo proprio mondo, accostando e fondendo elementi tra loro assolutamente incongruenti, ma che trovano nella sua coscienza una nuova e realistica forma, pur non lasciando spazio all’osservatore di fantasticare sulla neutralità di ciò che sta guardando. Immagini che parlano di percezioni ma anche di premonizioni sulle possibilità effettive di conoscenza ed esperienza sui mondi che sono in noi, ci sono accanto e di cui siamo infinitesima parte.

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