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The Graft

THE GRAFT - Shomèr ma mi làyla? La concezione rizomatica del pensiero vs una concezione arborescente
di Gaia Serena Simionati


Qual è il parassita più resistente? Un’idea.
Una singola idea della mente umana può costruire città.
Un’idea può trasformare il mondo e riscrivere tutte le regole.
Ed è per questo che devo rubarla.
Dal Film Inception
[…]  Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale, deve farci riflettere  […]
William Shakespeare, Hamlet, atto III, sc. I


Quando nel 2010, in aereo verso New York, per la prima volta di sette, ho visto Inception, sono rimasta scioccata. La sceneggiatura del film, scritta da Christopher Nolan a più strati, come i sogni da penetrare dal team di estrattori, pare abbia richiesto 10 anni. Diretto e prodotto dalla sua intuizione, il film è complesso, quasi del tutto inintelligibile.

Vederlo mi ha fatto però riflettere sulla capacità di estrapolare da altri idee, o di modificare e innestare in ciascuno di noi, pensieri, emozioni, archetipi esterni, cosa che già Shakespeare aveva intuito quattro secoli prima.

Dom Cobb è un asso dell’estrazione, nel penetrare le menti dei dormienti, il loro subconscio e rubarne i segreti. La pellicola riflette su realtà e proiezione, in un limbo tra conscio e subconscio, in un territorio come quello quantico in cui le dimensioni sono undici o più, attorcigliate a se stesse. Tutte scalabili o irraggiungibili.

Successivamente e, serendipicamente, incontrai il potente artista Aqua Aura. Una persona che ha incentrato il suo pensiero su queste stesse investigazioni che si nutrono di studi su fisica delle particelle e astronomica, biogenetica, filosofia e psicologia della percezione.

Pian piano ho scoperto che persino Aqua Aura è un innesto. Da un lato, un incrocio tra Darwin e Mendel. Un naturalista dedito alla specie il primo, un matematico e un monaco agostiniano il secondo. Come quest’ultimo, precursore della moderna genetica per le osservazioni sui caratteri ereditari e le prime forme d’innesti sull’eugenetica, egli modifica la vita in arte. O viceversa.

Al tempo stesso Aqua Aura è però anche un Calderon de la Barca. Anch’egli religioso e teatrante metafisico che trascende il vero, con la sua recita crea uno spettacolo pirotecnico nella scissione che si attua dalla percezione verso la visione. O dalla mitologia alla realtà effettiva, senza però applicarla al teatro, ma alle arti visive; in dettaglio, la scultura fotografica. I tre, in comune, hanno lo spirito.

Il lavoro di Aqua Aura contiene in se l’entelechia, cioè la concezione filosofica di una realtà che ha, iscritta in se stessa, la meta finale verso cui tende a evolversi, la potenza di sviluppo. E poi vira in metafisica.

La specularità dei nostri reciproci approfondimenti e amori di pensiero, tramutati dall’artista in scatti che, sfiorando la tridimensionalità, assumono una valenza scultorea, plastica, quasi una tac cerebrale-emozionale, ha dato origine alla mostra: the Graft - l’Innesto.

I diversi lavori prodotti per il tema hanno questo: l’uno e il tutto. La morte e la vita, tanto da essere chiamati Monema, elemento ultimo, indivisibile della realtà, in cui si delinea un “altrove assoluto”. Ricercano infatti, il senso del sublime. Oppure, semplicemente, il limite tra il visibile e non.

Si tratta di Monadi. Unità elementari, idee, atomi, essenze anche spirituali o corporee. In sostanza: l’immutabile. Nella serie Monema s’incontrano quindi delle sorte di nature morte, da un lato lipidi, fossili, cellule, virus, larve, batteri vengono scambiati per pianeti, per incomprensibili derivazioni lunari, dove l’accurato studio della luce e del suo contrario, produce emozioni contrastanti: quelle di morte e vita. Muscari, ibiscus, delfinium, giacinti, papaveri hanno come pistillo genetico, materiali umani, globuli rossi, insospettabili risultati di modificazioni biologiche o genetiche, persino tumori. Realizzati con il microscopio elettronico, i lavori indagano proprio l’aspetto dell’infinitesimamente piccolo, in rapporto alla visione meccanica e alla percezione. Ci si addentra nell’invisibile, lo si racconta come una sonda umana. Le molte inclusioni, che l’artista realizza a più riprese, rendono quindi l’opera stratificata, in rilievo.

La pregiata riflessione di Aqua Aura nasce anche dall’attualità, in cui casi d’ingegneria genetica, di duplicazioni di cellule, uso e modificazione del DNA, inseminazione artificiale producono mostri asettici che aprono interrogativi morali, etici e filosofici di enorme spessore su cosa o chi sia ancora l’essere umano. L’artista vuole condurci proprio in questo territorio, in cui, attraverso l’arte, si arriva a un metamondo.

In the Net#1#2#3 invece, escono e si attorcigliano su neuroni, su sinapsi umane, fiori lisergici, giganti, come magnolie, orchidee, denti di leone. In the Net #1, come in Rami di mandorlo fiorito, citazione di Van Gogh che lo regalò al fratello Theo per la nascita del nipotino, inondano di bellezza armonica; l’opera si svuota di scientificità e si riempie di altro riferimento. Per lo più vitale.

L’innesto di boccioli come impianti di natura nella scienza e nell’eugenetica, sembra quasi voler tornare alla potenza naturale dell’uomo e del suo rapporto con l’ambiente che lo circonda. Oppure la lettura trascende. L’uomo e la sua arroganza s’impossessano con i loro globuli rossi, con le cellule, di fiori, petali, alberi, cose che non sono sue di diritto, ma in prestito. L’attenzione alla natura e il suo rispetto, sono un’altra profonda  linea di pensiero di Aqua Aura, da non trascurare.

Monema III, parla proprio di colonizzazione negativa. In accattivanti orchidee tropicali dagli alti steli, colorate come gelatina violacea, si affastellano tra i loro petali delle sfere trasparenti, innestate di virus dell’influenza, rendendo l’opera quasi uno schermo infettivo, attraente e repellente al tempo stesso.

Vero è anche però che The Net#2 può essere letta come una sineddoche: la parte per il tutto. La rete neuronale è appunto il simbolo per antonomasia dell’essere umano, e questi uomini o i loro neuroni sono dissolti dentro un paesaggio di fiori, anche disgregati. Come a perdersi nella natura. O addirittura divorati da essa.

Si cela qui anche un sottilissimo messaggio di attenzione a non perdere le nostre intelligenze verso/contro GAIA, il pianeta. L’opera diviene quindi una sorta di Mondrian contemporaneo, un paesaggio stilizzato, stupendamente ingrandito, il cui simbolo, la parte per il tutto, ne fa un astratto contrasto. Un monito!

Attenzione quindi agli INNESTI! Poiché uomo e natura vivono solo in relazione di forza, è finita l’epoca della comunione.

In The Net è quindi la rete neuronale in primo piano. Oggi vale moltissimo anche quella sorta di trama invisibile, esterna ai nostri cervelli – la rete web, una specie di giunto esterno, che funge da dislocatore d’idee, d’informazioni, di conoscenza. Impianti e innesti di mutanti. Liason di biologia molecolare e informatica.

Presto ci inseriranno un chip che ci connetterà con tutto e tutti. E diverremo FIORI.



1  Citazione tratta dalla Bibbia (Isaia 21,11) che significa “Sentinella, quanto manca della notte?”

2  Carl Gustav Jung adottò il termine rizoma con riguardo alla natura invisibile della vita, la quale si sviluppa per lo più sotto terra, mentre ciò che appare dura solo una stagione. La metafora del rizoma è poi stata adottata da Gilles Deleuze e Felix Guattari per caratterizzare un tipo di ricerca filosofica che procede per multipli.

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