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AQUA AURA boudoir - Juliet

AQUA AURA

“Boudoir”

Articolo da rivista Juliet art magazine n. 168 - Di Francesca Caputo

Come un flusso di coscienza per immagini, il lavoro di Aqua Aura, crea disturbi di trasmissione nella delirante assenza di realtà, nel sentimento annacquato del nostro tempo.

Si serve della rielaborazione digitale, applicata al linguaggio fotografico in fase di post-produzione, attraverso un processo di selezione, fusione e assemblaggio di più immagini o particolari di esse, forgiando uno spazio nuovo. Dove uno spaccato di realtà esterna, ancora riconoscibile, acquisisce una propria autonomia: è proiezione di uno stato interiore, esplorando la psicologia del profondo.

La metodologia costruisce livelli percettivi alternativi, intermittenti e inter-semiotici, per incontrare lo sguardo del pubblico, in un territorio fatto di interferenze e interazioni, riflessione ed espressione, azione e rivelazione, presenza e assenza, veridico e falso.

All’interno della sua produzione, l’artista mette in campo una galassia visuale solo apparentemente ambigua, in realtà pungente e precisa. In superficie e da una prospettiva estetico-formale, le serie “Portraits Survivants” e “Frozen Frames” sembrano frutto di due personalità completamente diverse o addirittura antitetiche. Tuttavia, entrambe appartengono a un medesimo sentire, sottendono un’atmosfera di sospensione, desolazione, disgregazione, dando vita, in entrambe i casi, a ibridi visivi estratti dal flusso della realtà per ricavarne una sua impressione verosimile.

Il progetto Boudoir, presentato alla Galleria Tonin di Torino, per la curatela di Alessandro Trabucco, ha raccolto una selezione di queste composizioni fotografiche, in una scrittura espositiva che ha il merito di attivare-nascondendo e ri-velando, mediante un espediente installativo, le sottili relazioni e giochi di forza esistenti tra i lavori.

Una tenda a filo lamé, rossa e sfavillante, avvolge le pareti della galleria. È l'elemento che esalta, ponendo in primo piano, i Portraits Survivants. Allo stesso tempo, come uno scrigno, racchiude Frozen Frames in uno spazio privato, segreto, nascosto (Boudoir, appunto), sottratto allo sguardo immediato e diretto dello spettatore. Bisogna immergersi in un’azione di intimità relazionale, spostare le cascate di lamé, per avere accesso alla visione.

La modulazione del ritmo spaziale e temporale stabilito dalle opere, all’interno degli ambienti, avvia un processo di visualizzazione a più livelli.

Nella costruzione della mostra, i Portraits Survivants - eseguiti in sala di posa con un metodo da still life - sembrano essere dunque i protagonisti assoluti, esibiti sfacciatamente, amplificati all’eccesso. Sono ritratti di sopravvissuti, come dichiara il titolo della serie. Ma qui la catastrofe è tutta interiore, inscritta nella sostanza della carne, marchiata e devastata da disillusioni e inquietudini. I volti sono maschere che si fondono all’identità dei soggetti fotografati, ai loro corpi. Visi tristi, desolati, distorti, com’è contorto e deformato il nostro presente liquido, per dirla alla Baumann.

Il taglio delle immagini, le inquadrature dal basso, la saturazione dei colori, i forti contrasti chiaroscurali, rendono maestosamente fiero il portamento dei soggetti. Emergono come apparizioni dal buio profondo, regione per antonomasia delle nostre paure. Da quell’oscurità che sembra calata sulle nostre coscienze. L’illuminazione dichiaratamente caravaggesca, teatrale – che si riverbera, senza soluzione di continuità, nel lamé alle pareti – li irradia in maniera puntuale e circoscritta, elevando il dramma di cui sono portatori a dignità assoluta.

Con intensità scarna, essenziale, ruvida, l’artista mette in scena il dolore, non lo censura e non vi scende a compromessi. Crede nella necessità di proiettare all’esterno la sfera più nascosta dei tormenti umani. Ci riesce, travalicando i confini di del lecito, dell’imbarazzante, dello sconveniente, trasformando le immagini in spazi mentali, costruendo paradossi visivi intrisi di onirica incongruità.

Emerge uno scenario insostenibile, che scuote le certezze. Spezzando le regole dell’estetica della finzione rassicurante e predigerita, pone il pubblico al centro di una tensione simbolica pronta a deflagrare.

Serve coraggio per guardarsi riflessi nello sguardo di questi superstiti, lontani anni luce dalle aspettative indotte di bellezza e perfezione presunta, cui l’artista obbliga a fare i conti. Costringendo a vedere la complessità del nostro stare al mondo, la cruda realtà ci assale con tutta la sua drammaticità e le sue contraddizioni.

Manipolando le immagini, spinge la riflessione sullo stato attuale delle cose, intrecciando storie differenti per ripensare la parabola del co-esistere. Se oggi domina sotto i riflettori, la vacua e superficiale inutilità del mito dell’apparenza, con un processo di ribaltamento Aqua Aura proietta luce sulla nostra cifra esistenziale più autentica, con tutto il suo bagaglio di cicatrici e fragilità.

Nel percorso espositivo, questo teatro degli orrori è preannunciato, non a caso, da un personaggio che arretra con tanta foga da moltiplicare le mani con il suo balzo all’indietro. Siamo noi, l’altro da sé, da cui si difende, temendo le sovrastrutture di cui l’occhio contemporaneo è portatore. È l’opera in cui più intensamente si avverte il ricorso alla potente forza espressiva della pittura seicentesca e il tributo dei suoi grandi maestri, da Caravaggio a Ribera.

Attraverso l’elemento distrofico e alienante di Portraits Survivants, Aqua Aura riaccende di significato l’essenza striata, polifonica, plurivoca, della nostra radice esperienziale, contro ciò che appesta e oblia la nostra libera tragicità di esseri umani.

Seguendo la sequenza con cui è articolata la mostra, si riverberano per contrasto, nel difficile accesso, i Frozen Frames. Perché dove non c’è distanza non c’è conoscenza, sembra ricordarci l’artista. Sono pseudo-paesaggi, frames di innumerevoli interni che, nell’elaborazione digitale e nell’accostamento di più luoghi o dettagli, mettono in crisi l’erronea consapevolezza di trovarsi di fronte a qualcosa di concreto e riconoscibile.

Paesaggi rarefatti, siderali, inospitali, tradotti in immagini sinuose e flessibili, che accentuano una distanza dilatata ed enigmatica, rimarcata nei forti contrasti del bianco e nero, da cui s’irradiano improvvise e tenui variazioni dei toni del blu, viola, verde. Questi passaggi cromatici non sono altro che mutamenti di lunghezza d’onda. Inducono a visioni molteplici, per niente rassicuranti o pacificate.

Secondo la personale inclinazione di chi guarda, sono recepiti come proiezioni di uno stato interiore, luoghi primordiali o presagi futuribili, paesaggi onirico-metafisici o ancora come un ragionamento sulle infinite possibilità che la mente umana possiede a cominciare dall’immaginazione.

Sono tutte opzioni possibili che trasportano l’osservatore in un sentiero meditativo, mentale, in un’atmosfera trans-metafisica per ancorare presente, passato e futuro, in una coesistenza eterna. Congela le esperienze e le paure umane in attimi sospesi tra il tempo e lo spazio, nei frammenti di non senso in cui l’autenticità di queste fotografie crolla. Lavorando sul paesaggio approfondisce i condizionamenti sociali della visione e propone uno spazio instabile di pulsazione sincopata.

Nel corpus dei lavori proposto da Aqua Aura, l’architettura tangibile del quotidiano diventa una materia fluttuante, celando entro variazioni minute la perfetta struttura delle cose sconosciute, che non riusciamo più a vedere e capire. L’artista riattiva quell’attenzione spontanea e irrazionale, sedata e debilitata dal nostro tempo, dando importanza al dettaglio (a quel punctum di cui parlava Roland Barthes ne La camera chiara), a quella parte marginale che in un’immagine colpisce la sensibilità e spalanca al ricordo, all’emozione, alla comprensione.

Dando forma allo spazio psichico, trasforma il pubblico in testimone delle esperienze vissute nel profondo. Creando un rapporto di empatia emozionale, induce alla meraviglia, a dubitare su ciò che sia realmente reale, smascherando e superando le visioni indotte.

È il dubbio, in tutte le sue forme, la vera porta di accesso a questa ricerca che, attuando una riflessione sui meccanismi percettivi e della memoria, diventa metafora del luogo di archiviazione per eccellenza. La nostra mente.

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