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I mondi inesistenti di Aqua Aura

I mondi inesistenti di Aqua Aura
Intervista di Alessandro Trabucco - OR NOT MAGAZINE digital

Potremmo definire Aqua Aura come il risultato di una lunga e complessa serie di riflessioni ed esperienze, di grandi innamoramenti artistici e di inusuali viaggi in giro per il mondo, di appassionate letture storiche e romanzesche e di ricercati ascolti musicali. Questo eterogeneo insieme di ingredienti, ben miscelati, è di fatto l’elemento che con maggior fedeltà può dare una prima impressione su chi si celi dietro questo pseudonimo suggestivo oltre che molto significativo riguardo l’identità e la storia che racconta.

In attività dal 2010 circa e con all’attivo diverse mostre personali e collettive, in questo periodo è in corso la sua prima mostra personale fuori dai confini nazionali, intitolata Vacant Scenery, allestita presso la Galleria Kajaste di Oulu, nel nord della Finlandia. Sono presentati alcuni lavori della serie Frozen Frames e, in prima assoluta, quelli della nuova serie intitolata VOID.

Chi è Aqua Aura? Perché questo nome?
È un fantasma incarnato. Un tizio che, come certi personaggi di certi film americani, ha avuto un’esperienza di pre-morte e una volta tornato alla vita si accorge che tutto è come prima ma ormai niente è come prima. Christian Boltanski sosteneva che “se si decide di essere un artista è per non esistere più, per svanire”. Cioè un artista è qualcuno che rappresenta e che diventa gli altri o qualcos’altro da sé (l’universale), e che nel fare questo non ha più un volto se non l’immagine o le immagini di questa alterità. Ad un certo punto per il lavoro che stavo facendo mi sono dovuto interessare di mineralogia e geologia. L’aqua aura mi sembrò subito uno strano tipo di pietra. È una contraffazione generata da azioni umane compiute su un semplice quarzo. Dopo il procedimento di esposizione ai vapori di oro in ebollizione, il quarzo si presenta di un bel colore blu intenso, si traveste da pietra preziosa. Mi piaceva l’idea che una contraffazione sapesse generare un’illusione così convincente. Mi piaceva l’essenzialità del suo nome quando lo pronunciavo, un nome quasi palindromo, le vocali perfettamente speculari, una ritmica perfetta nella sua successione di A, solo lo scarto delle consonanti sembrava messo lì a incrinare una possibile letteraria perfezione. Mi piaceva l’idea che dietro quel nome avrei potuto dissolvermi. Niente più distinzioni di genere sessuale, uomo – donna.  Aqua Aura poteva essere un unicum o una moltitudine ed entrambe contemporaneamente, un nero, un bianco, un atleta, uno storpio, nessuno. Solo immagini.

Quando inizi a capire che è con le arti visive che riesci a rappresentare ed esprimere al meglio il tuo mondo interiore?
Avevo forse diciassette anni. Mio nonno aveva una specie di rimessa in giardino, io ci avevo allestito un atelier. Avevo cominciato a soffrire d’insonnia e dipingevo molto. La sera vi dipingevo un sacco di quadri confusi. Nella rimessa mi accompagnava sempre il mio cane di allora. Quando uscivo in giardino mi seguiva. A volte rimanevamo seduti accanto alla vasca dei pesci, altre volte guardavamo il cielo. Alcune notti erano riempite di stelle. Era molto bello.

Nel ciclo di immagini intitolato Frozen Frames rappresenti un mondo di ghiaccio, apparentemente disabitato, come annientato da un cataclisma che lo abbia ricondotto ad una nuova era glaciale.
Si può dire che FROZEN FRAMES nasca da presupposti di un reportage di viaggio. È chiaro che per la tipologia d’immagini che propone, un tale presupposto viene declinato attraverso uno stato delirante dell’immaginazione, che poi è una delle forme di espressione della nostra epoca, mi sembra. Credo che tu conosca il romanzo di Mary Shelley, Frankenstein; or, the modern Prometheus. Immagina per un attimo, nella fase finale del libro, quando la creatura e il suo creatore s’incontrano per l’ultima volta e dopo la morte del Dottore il “mostro” si allontana tra i ghiacci su una scialuppa con il corpo del padre, urlando che cercherà la morte, l’oblio, in quel freddo nulla che è il Polo Nord. Immagina che insieme a lui si unisca un fotografo o meglio un artista con lo scopo di documentare quel viaggio di perdizione alla ricerca di una cancellazione di sé in una landa talmente desolata da sembrare il mondo oltre i confini del mondo. In qualche modo ho cercato di seguire la creatura nella sua perdizione tra il nulla bianco. Ho cercato di trasformarmi in un fotografo di viaggio dentro un viaggio delirante in un nuovo mondo come fece, per altri versi, Edward Curtis quando fotografò per l’ultima volta la frontiera americana e i suoi ultimi abitanti. Ho cercato e sto cercando di costruire le sembianze di un altrove inesistente se non nella visionarietà della mente, nella sovrapposizione continua e nella fusione degli scatti del mio personale viaggio. Ogni tanto metto resti di una civiltà che non esiste più. In qualche modo sono vicino ai pittori della frontiera nell’ottocento americano, con i loro enormi paesaggi fatti di stupore e meraviglia.

Illustraci la nuova serie VOID, che presenti per la prima volta in assoluto, e fuori dall’Italia, in Finlandia, in un contesto che potremmo definire ideale visti i contenuti che esprime.

Se in qualche modo Frozen Frames coglie aspetti di una visionarietà contemporanea, VOID si pone al suo esatto opposto, come ricerca di un’arte inattuale, una sorta di visione mistica dell’immagine, quasi religiosa. Quest’ultima serie sceglie la riduzione ai minimi termini delle sue componenti attraverso l’essenzialità della geometria. In questo senso la scelta della sfera come tema formale portante, ma anche il quadrato o il cubo, sono i veri protagonisti della composizione. Sono creazioni che cercano il massimo equilibrio in un sorta di assoluta immobilità, quella di un teatrino metafisico. Il senso del paesaggio è ancora presente ma il paesaggio rappresentato – grotte di ghiaccio, sfere di ghiaccio, distese di neve e nuvole – diventano gregari della composizione, racchiusi in pure forme. Raccontano di un equilibrio sospeso e silenzioso intercorrente tra gli oggetti e lo scenario.  Il paesaggio è rinchiuso nei suoi contenitori e isolato dal mondo materiale, come contenuto nella sua aureola e avvolto nella sua stessa energia silenziosa. La scelta di “incorniciare” le immagini dentro frames di foglie d’oro o d’argento o di rame, prosegue il percorso in questa direzione. Le immagini sono avvolte da una pura ed indefinibile luce, quasi mistica, così come sono rinchiusi in una forma quasi asettica. Questa pratica è una scoperta di cui già si erano resi conto i pittori del nostro medioevo. Nelle loro rappresentazioni, infatti, Cristo era avvolto nella sua mandorla di luce. Bosch racchiudeva personaggi e paesaggi in ampolle di vetro trasparente. Tali mondi si potevano osservare, ma la loro estraneità al mondo era totale.

Hai dei periodi storici o degli artisti ai quali guardi con maggiore attenzione e che hanno influenzato la tua ricerca artistica?
Sì. Direi da un lato tutti quei fenomeni e quegli artisti che manifestano una sorta di linguaggio o ricerca di una metafisica trasversale e a-temporale, dall’altro quegli artisti che come loro logica creativa hanno l’urgenza espressiva. Questa convergenza di uno sguardo metafisico all’opera e la sua urgenza espressiva è una questione che mi interessa molto. Mi vengono in mente James Lee Byars, James Casabere, James Turrell, gli italiani Gino de Dominicis e Marco Tirelli. Ognuno di loro mette in campo una metafisica dell’opera, una rarefazione dello sguardo. Dall’altra parte vedo Joel Peter Witkin e il primo pittore espressionista, Mathias Grunewald. Ma anche la scultura romanica. Il massimo esempio di questa convergenza di una ricerca metafisica delle cose con la sua potenza espressiva possono forse essere i pittori anticlassici del ‘500 italiano. Bronzino, che per primo nei suoi ritratti costruisce i teatrini pluridimensionali che poi saranno la metafisica di De Chirico. Pontormo, il quale ci dice che la realtà del quotidiano e la realtà della mente sono due cose distinte e separate. Da ognuno, da loro singole particolarità, attingo per costruire i miei lavori. Possono essere: la ricerca di una perfezione siderale, la purezza, il senso del sogno, il “taglio” dell’inquadratura, un urlo.

Cosa pensi dell’attuale situazione sociale ed economica, soprattutto riguardo lo specifico mondo dell’arte e del suo mercato?
In questo preciso momento non mi sembra di scorgere nessun mercato, o almeno non in Italia. Riguardo alla situazione sociale ed economica… parlare di queste cose è sempre un po’ pericoloso, il rischio di cadere nel qualunquismo e nella demagogia è sempre dietro l’angolo. Ci sono tanti scrittori, pensatori, giornalisti ed economisti che ti possono raccontare il nostro tempo molto meglio di me. Mi viene in mente ancora Pasolini, che aveva capito molte cose, e molte sue analisi valgono per la nostra epoca. Potrei continuare citando Bradbury, Jean Clair, Bauman, Fitoussi. Se vuoi però un’impressione generale, la mia è che viviamo in un’epoca di decadenza. Mi sembra che le regole che hanno retto lo stile dell’occidente si siano consumate, ma le nuove regole, appena affacciate, non le abbiamo ancora comprese o forse le abbiamo capite e ci fanno ancora più paura delle precedenti. Pensare a questo mi fa venire in mente quello che la mia insegnante di storia dell’arte al liceo ci raccontava della Francia post Napolenica (quella di Napoleone III) di come fosse uscita dalla sconfitta di Sedan con i prussiani, e nei sui racconti tornava spesso il termine “decadenza”. Forse il nostro paese in questo momento mi ricorda un po’ le parole della mia insegnante di allora, con la differenza che non c’è una rivoluzione impressionista ad aspettarci dietro l’angolo e nemmeno lo sbocciare delle avanguardie a entusiasmarci.

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