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Boudoir

Boudoir
L’intimità dello sguardo
di Alessandro Trabucco

Il boudoir è una stanza, una suite privata, ben nascosta da sguardi indiscreti, un mondo privato e ovattato che isola uno spazio intimo dall’esterno e dentro il quale vigono o si costruiscono relazioni e modalità che rimangono conchiuse in esso. Il boudoir è per definizione un luogo accogliente, caldo e distensivo, predispone al relax e alla confidenza, un ambiente all’interno del quale vige la vera libertà di essere completamente se stessi, svincolati da regole di stampo moralistico o da particolari inibizioni. Insieme all’olfatto e al tatto, è soprattutto la vista il senso più appagato, perché attraverso di essa il frequentatore di boudoir può godere delle sue avvolgenti e sensuali atmosfere.
Evoluzione dello “studiolo” principesco rinascimentale e del “cabinet” seicentesco, il boudoir compare nel XVIII secolo come “variante femminile” di questi luoghi di “raccoglimento”, divenendo spazio intimo dedicato anche ad incontri galanti e libertini.

In occasione di questa personale di Aqua Aura, la galleria Paolo Tonin si trasforma in una sorta di moderno boudoir del XXI secolo ed accoglie il visitatore mostrando l’intimo mondo creativo dell’artista. Ad una prima impressione si tratta di un universo di corpi che ci osservano da pareti vestite di cascate in lamè rosso scintillante e seducente, che insieme a quei corpi avvolgono la galleria. Questa prima impressione cela però in essa una seconda parte della mostra; la parte più rarefatta e metafisica di questo esperimento ci è negata, in un sottile gioco di nascondimenti.
La ricerca visiva di Aqua Aura, esprimendosi attraverso lo specifico linguaggio della fotografia, segue così due direzioni, apparentemente parallele e pur comunicanti, sia a livello concettuale che tecnico. Queste due direzioni si possono essenzialmente descrivere utilizzando due termini classici, riproposti oggi da diversi artisti anche in pittura: il ritratto e il paesaggio.
L’utilizzo della post-produzione digitale per ottenere risultati che dissimulino una realtà inesistente ma la cui veridicità visiva venga percepita dall’osservatore come plausibile o comunque probabile è un primo elemento in comune dei due mondi. O forse, appunto, di un mondo solo che Aqua Aura propone nelle due serie intitolate rispettivamente Portraits Survivants e Frozen Frames. Una sorta di “realtà aumentata”, non nel senso letterale del significato tecnologico utilizzato per indicare le applicazioni che contribuiscono ad “aumentare” le possibilità audiovisive degli apparecchi digitali quali smartphone o computer, quanto piuttosto con un significato più vicino alla costruzione di una nuova entità visiva, che esiste unicamente nei circuiti elettrici della creazione mentale ed in quelli elettronici dell’elaborazione e della stampa digitale. “Aumentata” perché prossima al parossismo, alla perdita di ormeggi.
Un altro punto in comune, più concettuale che formale, è dato dal forte senso di desolazione, solitudine e attesa che caratterizza entrambe le serie d’immagini.
Nei ritratti il protagonista viene fotografato immobile di fronte all’obiettivo e, se sta compiendo un’azione specifica, essa stessa perde ogni connotazione dinamica per rimanere “congelata” nell’evento dello scatto.
Gli “pseudo-paesaggi”, così come sono definiti dall’artista, rappresentano invece degli ambienti deserti e glaciali, degli ecosistemi a prima vista incontaminati e disabitati, anche se presentano di tanto in tanto dei residui di origine umana, relitti o resti di costruzioni distrutte da un qualche cataclisma passato ma anche, forse, a venire.
Ma tutto questo come si concilia con l’idea di boudoir? Cioè di quell’ambiente riservato ed isolato dall’esterno da pareti e da una porta ben chiusa? È il senso della vista, quello di cui si accennava all’inizio, come organo privilegiato e quindi maggiormente stimolato dalla percezione di certi particolari e di determinati dettagli, a rappresentare il punto di raccordo e di vera unità spaziale e concettuale.
Nel caso di Aqua Aura però succede qualcosa d’imprevisto, la differenza stilistica delle due ricerche iconografiche subisce un ulteriore evidente contrasto per mezzo di un semplice espediente installativo: l’utilizzo di tende a filo in lamè rosso disposte come una membrana a coprire parzialmente la visione di una soltanto delle due serie protagoniste della mostra, quella più inaspettata. L’altra, quella fatta di corporeità imbarazzanti, di affaticamento, di pudore, è invece manifesta e rimane a decantare ed urtare il nostro sguardo.
Questa sorta di “cortocircuito visivo” è accentuato dalla stessa apparente incongruenza della scelta dell’artista di “celare” la vista dei paesaggi glaciali lasciando invece libera l’osservazione dei ritratti.
Ritratti che si mostrano in tutta la loro crudezza, con i volti deformati da profondi disastri interiori, con i corpi che non nascondono le devastazioni del tempo inesorabile che li altera e ne evidenzia tutto il loro degrado.
Volti che sono nel concreto delle maschere teatrali applicate sui visi delle persone prestate a modello, identità nascoste e ricreate attraverso un accorgimento che perde la propria caratteristica di artificialità a favore della ricostruzione di una nuova e realistica fisionomia, inseparabile dal corpo che la sostiene.
Ciò che dovrebbe essere nascosto, perché troppo spudoratamente manifesto in tutta la sua decadenza fisica, viene qui esposto senza alcun filtro visivo, senza alcuna censura né riservatezza, i personaggi che Aqua Aura fotografa guardano dritto negli occhi chi li osserva, non nascondono nulla del loro stato di declino, le loro facce deturpate rivelano angosce inaudite, urlano a volte una profonda disperazione altre volte una irrecuperabile disillusione, vissute nel profondo dell’animo e svelate sulla superficie del corpo, che in questo modo diventa lo specchio visivo di uno stato di sofferenza interiore ormai impossibile da occultare.
Allo stesso tempo l’artista procede ad una strana operazione di occultamento dei suoi paesaggi siderali, visioni più mentali ed “asettiche”, costruzioni artificiali ricavate da più parti tra loro estranee ma assemblate in nuove realtà ipotetiche e simulate, prive di quei turbamenti visivi presenti invece nei ritratti, in grado di destabilizzare l’emotività di chi li osserva. Aqua Aura instaura un’inedita relazione tra opere ed osservatore, costringendolo ad accostarsi individualmente ad alcune, in un rapporto voyeuristico di assoluta intimità visiva e lasciandolo libero di guardare ciò che invece dovrebbe essere mantenuto in disparte perché sconveniente, troppo sfrontato, senza alcuna remora nel proporsi come riflesso di un malessere che non è solo personale, ma segno rappresentativo di un più diffuso e subdolo disturbo esistenziale collettivo.
Aqua Aura non fa alcuna concessione alla vista, non cerca di indorare la pillola per ottenere un effetto attenuato del forte impatto visivo dei ritratti, non si preoccupa di mostrare corpi e volti nel loro completo disfacimento. Puro interesse per la verità, nel mostrare un dramma in atto, un evento che si sta compiendo senza che ci sia la possibilità di arrestarne l’inevitabile decorso.
L’occhio può forse trovare un rifugio negli ambienti disabitati rappresentati con una pulizia esecutiva impeccabile, luoghi che, nella loro virtualità velata, sembrano sospesi in un tempo indefinito e governato da leggi proprie.
Una mostra “confezionata” come una sorta di matrioska, come un contenitore che racchiude due mondi espressivi, uno dentro l’altro. Non uguali nella forma ma in qualche modo simili, pur rivelandosi nella loro autonomia linguistica man mano che lo spettatore ne scopre i dettagli inoltrandosi nelle trame di un percorso che non manca di smuovere interrogativi urgenti e riflessioni profonde sulla realtà contemporanea, interpretata dall’artista come un ibrido in continua trasformazione metamorfica e non più come monolitica ed oggettiva rappresentazione esterna indipendente dalla volontà umana.

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