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AQUA AURA
Per una psicologia del profondo

Intervista di Francesca Caputo - ESPOARTE n. 80

Da molti anni Aqua Aura (al secolo Raffaele Piseddu) ha dedicato la sua ricerca all’esplorazione di una psicologia del profondo, riflettendo sul senso di paura e fragilità, generato dalla realtà in cui viviamo; inquietudini compensate dalla tensione all’assoluto. Nel suo lavoro, l’asse spazio-temporale tra presenza e assenza, veridico e falso, svanisce completamente. II ricorso ad espedienti visivi crea livelli alternativi di percezione, quasi a voler forgiare uno spazio nuovo come proiezione di uno stato interiore, un paesaggio onirico-metafisico o ancora un ragionamento sulle innumerevoli realtà possibili e le infinite capacità che la mente umana possiede, a cominciare dall’immaginazione. Negli ultimi mesi ha presentato, a cura di Alessandro Trabucco, i progetti Frozen Frames (alla Galleria W8 Arte Contemporanea di Reggio Emilia) e Hidden (alla Galleria Vanna Casati di Bergamo) ed esposto nella collettiva Photoma da Bianca Maria Rizzi & Matthias Ritter a Milano. Parliamo con l’artista poco prima della sua partenza per la Lapponia...




FRANCESCA CAPUTO: CHE SIGNIFICATO HA LA SCELTA DELLO PSEUDONIMO AQUA AURA?

Aqua Aura: Cercavo un segno che contenesse il racconto di una mutazione, la conclusione di una forma di esistenza precedente e la nascita di uno sguardo sull’arte emancipato dalla mia storia personale, dalla mia produzione anteriore. Credo di averlo trovato nel nome Aqua Aura. L'Aqua Aura è un quarzo modificato da un bagno termico in vapori d’oro che ne varia alcune delle caratteristiche, riuscendo a simulare l’aspetto di una pietra preziosa.




F.C.: COME SEI ARRIVATO A TROVARE IL TUO LINGUAGGIO NELLA FOTOGRAFIA?

A. A.: Dopo una fase di riflessione, durata una decina d’anni, in cui mi sono allontanato dal territorio dell’arte contemporanea, dove ero attivo negli anni ‘90, continuando ad approfondire un certo tipo di domande, senza il boato dell’ambiente e la frenesia del work in progress. Ho viaggiato molto, interessandomi agli ambiti della fotografia professionale. In questo percorso, una serie di circostanze mi ha portato a ragionare sull’ampiezza delle possibilità dell’arte, che vive nella sua evidenza terribile ed estatica. Seguendo questa direzione, ho riguardato il bagaglio di immagini accumulato negli anni ed ho capito che, dalla loro fusione e sovrapposizione, potevano generarsi nuove immagini, come sintesi di luoghi o individui riassunti in una crudele perfezione o in una drammatica irresolutezza. Subito dopo, sono nati i ritratti della serie Portraits Survivants e, a breve distanza, i paesaggi mentali di Frozen Frames.




F.C.: PARLIAMO DELLA METODOLOGIA LAVORATIVA DELLE TUE ULTIME SERIE.

A. A.: Sia gli pseudo-paesaggi sia i ritratti sono il prodotto di una selezione, e successiva fusione in un nuovo pattern, di immagini precedentemente realizzate o assemblaggi di particolari. Dopo una fase di sovrapposizioni rudimentali , passo alla elaborazione digitale più approfondita e alla definizione finale del profilo cromatico, di ombre e contrasti. La scelta di una sequenza, che forma una serie ben caratterizzata, è il passaggio che considero fondamentale, in cui perfeziono alcune scelte visuali e stilistiche.




F.C.: DOVE AFFONDA LE RADICI LA SERIE FROZEN FRAMES E COME SI E' SVILUPPATA?

A. A.: All’inizio era il tentativo di ottenere una sorta di paesaggio perfetto, sostanzialmente falso eppure plausibile poiché estratto da impressioni della realtà. Una riformulazione che annulla il dato oggettivo per aderire ai criteri della visionarie. La scelta di paesaggi desolati, freddi, inospitali, incrementa un senso di sublimazione mistica. Forse era questo che inseguivo, una percezione di assoluto anche se in parte allucinatorio. A un certo punto questo substrato visionario mi è sembrato il dato più importante. Ho così introdotto elementi - come una voragine di cemento che si apre in un ghiacciaio - che mettessero in crisi l’apparente consapevolezza di trovarsi di fronte a qualcosa di riconoscibile, amplificando la sensazione di sospensione già presente nei primi lavori della serie. Nella ricerca di una perfezione, possibile nella sintesi, ho solo spostato il baricentro verso un territorio più onirico.




F.C.: LA DESOLAZIONE DEi PAESAGGI SIDERALI , EVANESCENT! , DI FROZEN FRAMES E' AMPLIFICATA DALL'ASSENZA DELL'UOMO, PERCEPITO A VOLTE SOLO DA FRAMMENTI ARCHITETTONICI.

A. A.: E' possibile rintracciare due ordini di lettura, ugualmente validi. Nel primo, è come trovarsi dentro l’immaginazione di uno dei possibili futuri, un mondo primordiale dentro una nuova glaciazione, in cui dell’uomo e della sua cultura sono rimasti solo dei reperti, tracce fuori luogo di una civiltà morta. D’altro canto, nella lettura emersa dalle impressioni dei visitatori, il comune denominatore sembra essere che questi paesaggi siano luoghi della mente o dell’anima, secondo la personale inclinazione. Usando il linguaggio cinematografico, gli spazi che invento non si possono considerare rappresentazioni di “esterni”, ma frame di innumerevoli interni. E' l’uomo stesso che, immaginando quello spazio, lo contiene e non viceversa.




F.C.: COSA RAPPRESENTA PER TE L'IDEA DI LUOGO, DI SPAZIO?

A. A.: Spostandoci su un territorio più strettamente linguistico, la fotografia stessa oggi mi sembra stia seguendo proprio questo percorso. Una ricerca estetica prima applicata alla documentazione della realtà ora guarda alla delirante assenza di realtà. II mio personale “delirio” è sprigionato dalla ricerca della perfezione e rarefazione dell'idea stessa di luogo. Realizzare queste false fotografie alla fine è sempre come dipingere un quadro, in esse sono le geometrie, la relazione tra i pesi e gli equilibri invisibili a “fare” l’immagine stessa.




F.C.: LA TENSIONE ALL'ASSOLUTO, AL TRASCENDENTE Ml SEMBRA UN ELEMENTO MOLTO PRESENTE NEL TUO LAVORO...

A. A.: Cerco di costruire una metafisica personale che si proietta all’esterno, verso lo spettatore, per incontrare il suo sguardo. Nella serie Frozen Frames si concreta nell’uso di una forma di pensiero inattuale: la percezione del sublime. Lo smarrimento di fronte ad un assoluto che sovrasta le nostre intenzioni, che prescinde dalle nostre stesse esistenze.

Questo sforzo estenuante, forse inutile, di costruire un senso del sublime dentro la nostra epoca è un desiderio che mi elettrizza e mi incanta.




F.C.: COME HAI PROGETTATO LA MOSTRA HIDDEN?

A. A.: La scelta del titolo , Hidden , nasce come lettura soggettiva e coincidenza di alcuni fattori che hanno anticipato questo evento. “Nascosto” sono stato io per molto tempo. “Nascosto” è lo spazio della galleria che si ritrae dal tessuto connettivo della città (la Galleria Vanna Casati di Bergamo, n.d.r.), così spinto in profondità dentro un’antica corte. “Nascosta” è anche una metà della mostra che è posta in un seminterrato dal difficoltoso accesso. “Nascoste” sono, infine, alcune opere esposte, per sottrarle al rapporto immediato e diretto con lo sguardo dello spettatore.




F.C.: QUALI I TUOI PROSSIMI PROGETTI IN CANTIERE?

A. A.: Oltre a seguire gli sviluppi delle mostre in corso e continuare a portare avanti i lavori in progetto per entrambe le serie, sto sviluppando una nuova serie, Empty Spaces, che origina da Frozen Frames prendendo poi una sua deriva. Nel corso dell’anno, è in cantiere una personale che si terrà a Torino. Per finire, ho iniziato a sviluppare la diffusione del mio lavoro all’estero, soprattutto Londra e Svizzera, con alcuni contatti maturati negli scorsi mesi. Vedremo cosa succederà.

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